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Custode della sua bellezza

Lo ricordo appena, senza foglie bibliche
mi risveglio custode della sua bellezza
un reperto accademico d’ossa
al tempo, solo fango e un soffio
di ginocchia perfette.
Ho sott’occhio il vizio, la sua bellezza
stringo guance, ordino una tempia
col pudore del palmo che si abbandona al petto
per denudarlo – e poi mangiarlo
perché non lo trovi il rifiuto del cielo che trema

Diedero la parola, un po’ d’acqua
a bambino che scandisse l’eterno
un taglio umido che non smette di esser carne
e poi morire, ogni volta che indovino il suo nome
insieme al dissesto di un cartone animato
e labbra – fatte male.

Salvatore Leone 2014

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