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Suonavi l’arpa ed io cucinavo per te

Il termine “lavoro” non mi ha mai convinto, andrebbe censurato su tutti i dizionari e Wikipedia.
Ancor peggio della pornografia, il cannibale keniota, le teste sgozzate del Daech su Youtube.
Sono anni che lo immagino per intero. Ogni uomo nasce con un’indole, una missione, chiamiamolo mestiere il pulsare del sangue, che ci spinge a realizzare opere, come fare il pane, una messa in piega, suonare qualcosa. Poi, è stato coniato un maledetto termine, scrupoloso, che definisse i rapporti tra padrone e schiavo, tra titolari e operai, il “lavoro”.
Adamo, chissà per quale santa ragione, si sveglia ogni mattina con il mal di testa, poca voglia, infelice, frustrato. Non sa esattamente come sta impiegando il proprio tempo, dove andrà a mettere le mani. Ha le ore contate, i contributi, l’ora d’aria, una pausa, non spera altro. Sta pagando il mutuo, una casa che porterà via con sé, all’inferno, insieme alla “roba”. Ha già prenotato una lapide, bella, in marmo nero, lucido, per il camposanto.
Il prodotto è del tutto inutile, concepito sottosopra, non per la sua efficienza, qualità, ma in previsione di un porcelloso guadagno. Guardate l’ultima potenza economica che dilaga, vorrebbe insegnarci come lavorare, mette sotto tortura l’essere umano, non importa se un bambino muore per aver lavorato troppo, non importa se si squartano cani da cucinare in umido, magari con i peperoni.
E il nostro paese chiude un occhio, entrambi, si lascia trasportare da questo scambio laborioso che ha suggerito diverse sconcezze ai nostri imprenditori.
L’illusione della crisi non è altro che il capriccio di chi non intende rinunciare al futile, all’utile surreale, alle sue abitudini, le dieci case, mentre noi ringraziamo Dio se stiamo lavorando. E’ stato stabilito così il suo stato di necessità, stato di emergenza nazionale. Basta guardare i nostri parlamentari che guadagnano inutilmente, tra l’altro, senza offrire alcun servizio. Un po’ come il burro scaduto, se lo riporti al negoziante con lo scontrino, nulla da fare, è tuo. Ho smesso con il mestiere per cui sono nato, si era ridotto a fare ben altro. Ho preferito fare altro. Credevo che fosse così, volevo che fosse così, tu suonavi l’arpa ed io cucinavo per te.

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18 thoughts on “$

  1. Sarebbe “carino” (come direbbero certi benpensanti sistemati con case e lavori – di solito fanno in modo di averne più di uno, di lavoro, e di casa – e anche per i loro figli e nipotini, “carini” anche loro, si capisce) se qualche milione di disoccupati e precari si recassero in piazza “incrociando le braccia” (come si diceva quando si aveva un lavoro, e si scioperava): tutti insieme. Sarebbe “carino” vederli in faccia, allora, e sarebbe “carinissimo” vedere che cosa farebbero. Ma possono dormire sonni tranquilli: non succederà. Anche se io me lo auguro sempre, da sempre. E sempre me lo augurerò. PS: a mio parere, non è che il Paese chiude un occhio, o entrambi, ormai. Il Paese è semplicemente una Tomba. Con dentro tanti bei morti che camminano, e che giustamente hanno un occhio, anzi due, chiusi, come si conviene ai morti. Contenti i “carini” – finché dura: e non durerà all’infinito: perché il cancro, di solito, finisce per mangiarsi proprio tutto, anche lui stesso -, contenti tutti.

  2. Ci fu chi nacque senza casa e col sogno ci fece lottando un progetto.
    E chi nasce senza sogni e per colmar vuoto si vende la casa.
    O non ci nasce, vi rinuncia (e forse è peggio).
    Sogni chiamati diritti.

  3. Ingabbiati dal dare e ricevere, in un commercio dove noi guadagnamo la sopravvivenza e “l’altro” il nostro tempo.
    Peccato dover lavorare anzichè riuscire a autosostentarci. Abbiamo bisogno comunque dell’altro per vivere, ma lo facciamo nel modo più orribile…

    Un saluto!

  4. dove sta l’equilibrio tra un sogno e un mutuo da pagare, tra la pervicace assenza del mondo e l’assurda concupiscenza della fatalità. Che ne sarà di questa realtà sempre più deludente, della volontà cancellata, dell’aspirazione arresa alle chimere di una società irrimediabilmente futile e distante. Che ne sarà del sorriso, del bisogno antropico di appartenenza, dell’essere radice e ramo, e come può definirsi esistenza questo viaggio senza vele. Perdonami l’enfasi Salvatore, ma l’amarezza a volte esplode. Bellissima pagina. Ciao

  5. Bel testo Salvatore; non mi dilungo a descrivere la difficile precarietà del quotidiano, per molti, troppi; son qui in questa vita e qualcosa di buono lo voglio fare, per me e per tutti sia pure alzarmi col piede giusto al mattino presto e correre verso la metro. Illusione? Sogno? Placebo? May be, però sorrido e sogno :-). Buona giornata!

    • Certo Antonella, è giusto correre verso la metro con piccole o grandi opere in una tasca, ma bisogna essere fieri e consapevoli di ciò che realizziamo, che sia qualcosa di buono, appunto. Buona giornata a te!

  6. Un bellissimo pensiero lungo, denso di fatti e di registrazioni. Quello che più mi inquieti è questo culto degli oggetti a discapito del culto dell’uomo, del sapore della sua anima, della differenza tra le biglie e gli abbagli…
    “Se il mare fosse di cera non avremmo bisogno di scioglierlo, ogni giorno il calore del sole lo riportebbe allo stato liquido che è parte della sostanza” MAM (c).
    Il limite del tuo testo è quello di non avere limiti Salvatore, lui affoga, annaspa, riemerge eroico da un oceano schiumoso che non ha pietà per la naturale sensibile esistenza.
    Mi sei molto ma molto piaciuto Salvo! Go On!
    Maurizio Alberto

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