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8 a

Vedova di cielo e pioggia
che muore nelle braccia. Vedova di mare
e tutto questo nero appariglia occhi.
La bellezza di vagare fra le pietre
incidendo nella memoria lo strazio del canto
la rosa appuntata sul petto.
Mi vesto di scuro perché ci sono andato da altre parti
a far le feste, ho ballato così tanto che ancora mi girano
i fianchi. Ho sorriso a questo, e a quello, alla lucentezza del coltello,
alle pareti sudate del lungo inverno, fino a disordinare labbra
messe a giorno da fresche disperazioni.
Abbino la pece al tormento dei corvi,
partito per un deserto che ha voluto i ginocchi
la voce, mi sono lavato la testa irruente e più volte
seppellendo farfalle brezza di notte, eppure
la fronte è piena di ombre, di luci che continuano il grido
agitando biancori nel nome.
L’inferno allarga la vista, colline stordite dai luminari
e alzando le braccia m’arrendo agli odori
del pesco. Mi sono messo a lutto dopo l’allegra baldoria
nel silenzio che scorticava stanze più estranee.
Dove non è mio il sole che batte sulle pareti
non è mia l’aria che entra dalle finestre,
e ho lasciato in terra degli sconosciuti.
Basta scivolare di schiena, il peccato scritto sui fogli
e prendersi gioco dei demoni, ora so cosa c’è lì sotto,
non è bastato il nero dei precipizi
ad asciugare la faccia, gioisco nei rumori dell’alba
e della sconfitta. Mi vesto del nero
che ha sempre attirato la luce, il sole danzante
nelle tue forme di ora.

sl2019

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