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Oro, incenso e mirra.

Se l’angelo alto e biondo non avesse spaventato mia madre
andrei come Erode nei deserti, con addosso mille gioielli, una catena d’oro
pesante, mi accascerei rantolando davanti a una danza, e la faccia rossa rossa.
Chiederei a voi tutti e alle stelle di ubbidirmi, cadrebbero con un solo cenno
del mio capo, a voi tutti chiederei di lavarmi bene le caviglie.
Se mia madre non avesse urlato con le mani sul ventre
ubriacherei santi e cristiani d’argento e sudori.
E proibito guardare alto, spogliare con gli occhi la luna, è mia
segnando il territorio sulle schiene di ragazzi che non hanno
il taglio dei miei occhi, appesi ai muri nello strazio
di Vergini e Maddalene che si spartiscono acqua e pane, le vesti nere
del dolore.
Ma voi che vi bagnate la fronte con un segno di croce e la mano
del tiranno, siete ancor più lussuriosi
e di carne tremolante, giurando che siamo figli vostri.
Disconosco mia madre composta nei vetri delle chiese,
posata lì a calpestare serpe e inferno per lo stomaco profumato
di credenti a una tavola imbandita con pizzo chantilly e sangue.
Quella non ė mia madre.
Mia madre si ė vestita di nero e canta, festeggia la bellezza
di questo dolore, e con mio Padre è un mare che mantengo.
Mi avete portato oro e incenso, ma più di tutti gradisco la mirra
che profuma i morti, che dona lucentezza alle guance
e addolcisce il ferro nei palmi,
che ad aprir bocca il bambino è già freddo.

sl

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