Dovrei sbiancare i muri, contarti le costole
una per una, far luce all’addome d’avorio scolpito
e che siano tutte quante le dita.
Impallidire mezzo labbro, colline spogliate dal grido
acque frantumate alle gambe d’argento.
Dovrei lasciarti in una pozza bianca
col disinteresse che può avere la luna
in una notte madre.
Sbirciare da dietro un fianco, godermi la bella vista
d’un mare, che da qui appare dissanguato.

Ma come tutti gli uomini piccoli, amo allargare le braccia
al sole, domare le sue mani gialle.
Confido nel freddo che ci ha cresciuti, nell’odore che il buio
lascia sul collo, nell’amaro delle voci basse.
Non piangere l’alba, non credere che l’oro mi uccida
è coi morsi che diamo nomi alle rose.

sl

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