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Disgraziato

Qui disgraziato lo dicono spesso
e a ogni ritorno si voltano da un’altra parte,
mi accoglie solo il cenno di una madre che canta.
Anche l’acqua mi rinnega dal giorno in cui
chiesi a Nettuno le gambe.

Disgraziato, quando l’ho cercato per mare
e per terra, forse sono leggenda
i tormenti allo scoglio,
Partenope, Leucosia e Ligea
che si sciolgono i capelli dove io stesso
smetto di agitare la testa e respirare brezza.

Disgraziato per la mia Odissea,
una bugia da raccontare a quei ragazzi
distesi sulle pietre bianche. Eppure
canto a gambe ancora strette

canto un mare
che non mi riconosce più.

sl2019

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Le cose nere
a guardarle vi costano troppo.
Nera è la voce di chi mi ha partorito,
l’incompiutezza fra le gambe di Maria, e il dolore
con cui si copre e vi festeggia, e l’oro nero
nei deserti, che accarezza, ingioiella e si prende tutti
i figli. Nera ė la razza di giovani senza nome
che dai balconi guardate come vi pare.
Dei sorrisi bianchi che mostrano e additate,
ne avete fatto vacanze, strani balli alle discariche.
Nera è la voglia che ho sulla schiena, la fortuna di gridare,
o di non essere mai visto da qualche parte.

Nera è la mia disubbidienza
neanche la notte mi comanda, sorvegliata dalle stelle
o dai gelsomini che sudano appena scura.
Dai lamenti stretti ai fianchi.

Nero è il silenzio che deflorate
il mare con cui vi divertite
la mia breve libertà
mai degna di inchiostri pessimi
e scuri.

sl2019

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Alle spalle di Alicudi

Credevo che i giganti mi sentissero
anche da lì, alle spalle d’Alicudi, dove finisce il mare.
Troppo giovane per gridare lontano, chiedere alghe d’oro
alzando braccia d’azzurro che mente.
Sapevo della pece sui gomiti, degli abbandoni alle pietre,
lamenti che diventano inni, o delle mani fatte di sale.
Mi chiedevo cosa ci fosse di così divertente
a giocare nel mare, nei gridi spensierati delle feste più calde,
come avrei potuto sorridergli.

Speravo che i giganti mi sentissero
anche da lì, dove l’acqua sanguina tramonti.
Che gli dessero la colpa.
Troppo giovane per mandare Bronte
a spaventare il mare che si prende tutto
e restituisce il cattivo odore
dei silenzi alla conchiglia, brezza più cruda
che si ferma addosso.

sl2019

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L1

Io e te andiamo scomparendo, lentamente
si estingue il dolore ai marmi, l’acqua
che ci ha segnato i polsi, l’ultimo adone
ai ginocchi. Del giorno in cui i fiori
avevano nomi di morti, e nudi ci piegavano al torrente,
Nessuno sa com’ė fatto il giglio.
L’eco estinta al tuo petto.

Guardano al bianco dei mandorli
come a uno sbaglio di maggio,
perdo il vizio del fango al soffio,
razza e infiorate di schiena.
C’è uno star bene di risate lì fuori
che sventra e brucia terra,

ed io affido le carni alla brezza.

sl2019

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Nella freddura ionica 2

C’è un paese dove i pazzi
occhi verdi come gatti
nelle strade a pietra nera
e l’odore di lenzuola immacolate
e nocciole zuccherate addolciscono fogne
che ti trascinano al mare
vecchie discese
con risate e sottane
e la campana a rintocco di morto.
E non m’insultare,
è terra di saluti e pizzicotti
che ti crescono,
vetrate a orecchio di coniglio
in terrazze martoriate dal sole.
C’è un paese che giocavo pirata
nei ritorni di muffa e oleandro
il verde manicomio abbandonato
o in acque gelide
tre meduse mi hanno baciato.
C’è un paese che non si dice a nessuno
dove ho truccato bambole e soldati
e mia madre è senza giovinezze
tra ventagli di antiche tragedie
e gli stucchi bianchi alle facce
di paese che nessuno dovrebbe
andarci o crepare
nelle ultime cene apparecchiate
di rosso e screanzati.

sl2018

Foto – L’ultima cena di Peter Greenaway

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Un giglio

Nelle tuo giglio dormiente
si distinguono grazia e il pomo d’Adamo
che tremola, dal guanciale a un nome più grande
lontananze d’aria ferma, che neanche il santo
poté saggiare dolcezze morte sul collo.
Si mettono a catena gole bianche,
la fronte diventa buon muro dove
poggiarsi a lamento e cantare.
Avrei voluto morderti al sonno, dove
ebbero origine eco stanche, giochi malati
di un dito all’ombelico e la rosa.
Avrei potuto gridare, se vederti impazzire
ad occhi spalancati e rossi, sarebbe poi tutto,
un dio che rovina il costato.
Mi piego acqua di spoglie orizzontali
a placarne le bocche insonni.

l2018

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Ingiuria

Questa abitudine di scrivere
a luci spente, è oscurità
che mi porta bellezza e non riposa
gli occhi.
Ho spento la luce al putrefarsi
di lune acclamate, la parola viziata
che morde lingua e Credo.
E affidarsi al nero, pece degli specchi
o a quello dei corvi nella pioggia,
fu benedizione, e certo.
Smisi di augurare albe e divertimenti
che la saliva fredda dei battesimi
ha fatto più morti di quelli
che adorate.
Ad ogni nome, sussurrata l’ingiuria sul collo
non tutti hanno stanchezze di fuoco
alle mani, bruciando
a vivo la rosa e pietà che tocco.
Non so il malanno
febbre antica o pestilenza di fiori,
non si guarisce da tre Gorgoni alla testa,
indurendo capezzoli, adoni di ringhiera.
Tenetemi lontano da voi gli sguardi
sarebbe pietrificarvi testa e ginocchi.
Questa mia abitudine di voltarmi
in tempo, non riposa le spalle,
mi aggiro qui e non sono un imparato
al sole più accanito.

sl2018