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Odissea

Amo le gambe
degli uomini distesi al sole
la invidia per chi si innalza
brancolando nella sabbia.
I padroni di questo inferno
dagli inguini possenti.
Loro, che non sanno più nulla del mare,
si bagnano la fronte per difendersi dal sole
e avanzano solenni nella pietra,
un cielo duro finito sotto i piedi.
Non sanno nulla dell’acqua
la guardano che è bello l’azzurro
ignorando l’abisso di cui sono fatti.
L’alba mi aggrappa allo scoglio
sfinisce la gola.
Amo le camminate decise
rigonfie ai polpacci
la gelosia per chi ha avuto oriente.
Le schiene dritte che non sentono
ragioni.
Canto, ed io canto
le inutili squame d’argento,
una lastima antica
che infrange ogni barriera del suono.
Amo quegli uomini ad ampio torace
che sanno respirare
lontano dalle battigie.
La mia rabbia di sale rinnegato.

Ed io canto,
giunto fin qui a malocchio
fino a spaccarvi i timpani
le braccia, le rose.

sl2018

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okiu


Frasche

Bassa voce
nelle frasche di giugno
a spartirci l’acqua che moriva addosso

a confidarci le stelle più grandi
l’aria nera col fiato sul collo.
Ricordo un rifugio di luna domata
le rive fredde della commozione
in inverno

bassa voce tra gelsomini
a bagnarci la fronte

di orribili silenzi

Sappi che in questi giorni d’afa e arroganza
ogni macchia brucia nei fuochi che profumano d’alicanto
s’odono appena i respiri nelle ceneri delle zagare

di tua luce che afferro
di cui innalzo i bianchi monumenti.

sl2018

ss

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Rosso imbroglio

Al colpo inferto e la grazia
parlate di fiori che abbelliscono,
del grido che mi profuma le costole.
Avete appigli di corallo,
rose completamente sbocciate
all’addome, che nessuno teme o pianse.
Vi venisse il dubbio del sangue
rosso imbroglio che si posa alle mani
ciliegie a bocca di morto.

Sono qui a pregiarmi di voglie al collo
notti che non ho saputo scuoiare
per un po’ di luce, una schiena da mettere
a giorno

Non mi piacciono i nomi che date ai fiori,
li avete presi ai morti.
Alle rovine della tempia nell’acqua
e voi che mi chiamate.

Non credo agli scarlatti sui polsi,
alle croci di Maggio,
cieli che cadono dissanguati,
a voi che correte vantandovi
dei bei tramonti.

Eppure, dagli anemoni che bucano
il ghiaccio sporco degli occhi,
le folate addolciscono le guance
senza che nessuno cada in disgrazia
o che si faccia male.

Senza che nessuno bruci.

sl2018

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Facci caso

Facci caso
non siamo morti
se lo fossimo, comincerebbe dagli occhi
non avrebbero ampiezza, l’umido
che ci è dovuto. Tutta questa maledetta luce.

Facci caso, non piglio metafore, non evoco,
mi piace dire le tue spalle composte
com’era gentile la bocca, o la
camminata perfetta di soldato triste.
Vado a capo se mi pare, su vecchie strozze di gola
quando ho bisogno di riposarla,
nessuno sa delle pause lunghe, del sangue
che inceppa la vena.
Senza giri di parole, libere interpretazioni
e casaccio, mi piace dire la tua faccia
così com’era. La voglio com’era.
Se ci fai caso, non siamo morti,
se lo fossimo comincerebbe negli occhi,
eppure ci tradiscono le solite strade di oleandri
gli angoli di muro a spavento, l’incontro fortuito
che fa saltare la pelle.
Se ci fai caso, non siamo morti
comincerebbe dagli occhi, non avrebbero
impetrazione
tutta la larghezza.

sl2018

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L’odore terra terra

Salivo a bordo e morivo,
salivo sulle tue spalle
aprendomi falena i polmoni
aprendomi con le mani il cielo
che si è macchiato di umide colpe.
Appeso al collo nudo
pesavo un goccio d’acqua, foglia
d’arancio caduta, filo d’erba
piegato ai diluvi fatti col sole
brucente, pesavo uno sfioro.
Salivo a bordo respiro
gridavo come l’aquila giovane,
bevendo da tramonti feriti,
presi il mare lo nascosi,
con le buone o le cattive
il sole, Venere in un pugno di luce,
non mi avanzò nulla dell’alba e del fuoco.
Fui avido, sciupa bocche
non lasciai nulla a Dio, neanche un morso
di buio, neanche l’odore terra terra
che avrebbe avuto.
Il rosso della ciliegia al palmo la stigmata
che imbellettava labbra finite in disgrazia.
Di tutte le rose sbattute ai muri
non vi ho lasciato nulla,
nemmeno la santa ragione
nemmeno occhi per piangere
guardare.

sl2018

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Dell’acqua e della bocca

“Crepaccio del mio verbo la distanza
tra parola e precipizio:
all’assalto delle rose crolla il dente
che azzannò la prima pietra.

Alla notte che fu crepa di radici la mia
carne si fa carne di adunanza.
Siano danze a benedire questa pioggia
negra a capofitto nel gerundio.

Eppure la parola mi rimette
a un’acqua che marcisce nelle vene; a
un’acqua di salvezza senza mano
che la strappi o la passisca:

farfalle orrende del crepaccio, qui tentate
il principio delle cose e fu la zuffa. Zuffa
d’uovo a minacciare nel colore
ogni icona che sta al templio e sputa rose.

E fu guinzaglio dal melo alla serpe,
la parola su ogni erba e terra
di padrone, demone giallo caduto al sole
col sorriso grande e disgraziato. Sapeva dei seni
e dell’acqua piaciuta, diede al fulmine
le mani, agli occhi il sale, e fu da sempre
notte, rumore di pietre
morte.

Fu il vento a stordire le facce
di chi arrossiva nudo a luci rotte.
Dal silenzio che venero, lambisco
il disagio dell’errante, un muro aperto
in fronte. Separatemi le acque della bocca
gli orgogli e la saliva, come se avessi
terre a seppellire, un nome
che biascica.

Dal sangue del mio sangue
lamento di scoglio, si indossano
flagelli, tutti gli ori del Santo
lenzuola ancora umide.
Eppure dall’acqua della mia acqua
il fiore beato, muto, poggiato
a un morso d’aria.

Accadesse nel dominio della croce
questo canto che non strazia, e più domanda
più disperde l’avvenire della quercia:

corteccia che fu nervo, nervo
grezzo a sconquassare la ragione.
Nell’ultima parola venne a Giobbe
il cielo sulla lingua, e cose basse

che tramano l’insidia della serpe.
Dolore degli angeli la sorte
segreta del mio primo osso:

battesimi e olocausti crolleranno
all’inverno d’ogni nome.”

Mattia Tarantino e Salvatore Leone

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Danza per Erode

Dalle tue ossa d’avorio scolpite
danza per Erode il loto e le gemme
sporche di luna, ad impreziosire il dolore
quel ventre poggiato a un guaito d’uomo.
Dal ritrarsi di scapola e dal pomo
sfoggia antichi languori,
danza negli ori degli specchi
poi, onora la sete, il vizio di questo re
nel suo incarnato decadente
che diede un nome a mille figli
d’occhi cerulei nella ballata dei martiri.
Dal gemito e dal collo, danza
nel sonno di chi ha perduto la tempia
in lenzuola d’argento. E poi danza
al tremore del rubino al capezzolo,
nei sudori effimere contrazioni
arresi alla bellezza del sangue.

sl2018