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Facci caso

Facci caso
non siamo morti
se lo fossimo, comincerebbe dagli occhi
non avrebbero ampiezza, l’umido
che ci è dovuto. Tutta questa maledetta luce.

Facci caso, non piglio metafore, non evoco,
mi piace dire le tue spalle composte
com’era gentile la bocca, o la
camminata perfetta di soldato triste.
Vado a capo se mi pare, su vecchie strozze di gola
quando ho bisogno di riposarla,
nessuno sa delle pause lunghe, del sangue
che inceppa la vena.
Senza giri di parole, libere interpretazioni
e casaccio, mi piace dire la tua faccia
così com’era. La voglio com’era.
Se ci fai caso, non siamo morti,
se lo fossimo comincerebbe negli occhi,
eppure ci tradiscono le solite strade di oleandri
gli angoli di muro a spavento, l’incontro fortuito
che fa saltare la pelle.
Se ci fai caso, non siamo morti
comincerebbe dagli occhi, non avrebbero
impetrazione
tutta la larghezza.

sl2018

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L’odore terra terra

Salivo a bordo e morivo,
salivo sulle tue spalle
aprendomi falena i polmoni
aprendomi con le mani il cielo
che si è macchiato di umide colpe.
Appeso al collo nudo
pesavo un goccio d’acqua, foglia
d’arancio caduta, filo d’erba
piegato ai diluvi fatti col sole
brucente, pesavo uno sfioro.
Salivo a bordo respiro
gridavo come l’aquila giovane,
bevendo da tramonti feriti,
presi il mare lo nascosi,
con le buone o le cattive
il sole, Venere in un pugno di luce,
non mi avanzò nulla dell’alba e del fuoco.
Fui avido, sciupa bocche
non lasciai nulla a Dio, neanche un morso
di buio, neanche l’odore terra terra
che avrebbe avuto.
Il rosso della ciliegia al palmo la stigmata
che imbellettava labbra finite in disgrazia.
Di tutte le rose sbattute ai muri
non vi ho lasciato nulla,
nemmeno la santa ragione
nemmeno occhi per piangere
guardare.

sl2018

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Dell’acqua e della bocca

“Crepaccio del mio verbo la distanza
tra parola e precipizio:
all’assalto delle rose crolla il dente
che azzannò la prima pietra.

Alla notte che fu crepa di radici la mia
carne si fa carne di adunanza.
Siano danze a benedire questa pioggia
negra a capofitto nel gerundio.

Eppure la parola mi rimette
a un’acqua che marcisce nelle vene; a
un’acqua di salvezza senza mano
che la strappi o la passisca:

farfalle orrende del crepaccio, qui tentate
il principio delle cose e fu la zuffa. Zuffa
d’uovo a minacciare nel colore
ogni icona che sta al templio e sputa rose.

E fu guinzaglio dal melo alla serpe,
la parola su ogni erba e terra
di padrone, demone giallo caduto al sole
col sorriso grande e disgraziato. Sapeva dei seni
e dell’acqua piaciuta, diede al fulmine
le mani, agli occhi il sale, e fu da sempre
notte, rumore di pietre
morte.

Fu il vento a stordire le facce
di chi arrossiva nudo a luci rotte.
Dal silenzio che venero, lambisco
il disagio dell’errante, un muro aperto
in fronte. Separatemi le acque della bocca
gli orgogli e la saliva, come se avessi
terre a seppellire, un nome
che biascica.

Dal sangue del mio sangue
lamento di scoglio, si indossano
flagelli, tutti gli ori del Santo
lenzuola ancora umide.
Eppure dall’acqua della mia acqua
il fiore beato, muto, poggiato
a un morso d’aria.

Accadesse nel dominio della croce
questo canto che non strazia, e più domanda
più disperde l’avvenire della quercia:

corteccia che fu nervo, nervo
grezzo a sconquassare la ragione.
Nell’ultima parola venne a Giobbe
il cielo sulla lingua, e cose basse

che tramano l’insidia della serpe.
Dolore degli angeli la sorte
segreta del mio primo osso:

battesimi e olocausti crolleranno
all’inverno d’ogni nome.”

Mattia Tarantino e Salvatore Leone

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Danza per Erode

Dalle tue ossa d’avorio scolpite
danza per Erode il loto e le gemme
sporche di luna, ad impreziosire il dolore
quel ventre poggiato a un guaito d’uomo.
Dal ritrarsi di scapola e dal pomo
sfoggia antichi languori,
danza negli ori degli specchi
poi, onora la sete, il vizio di questo re
nel suo incarnato decadente
che diede un nome a mille figli
d’occhi cerulei nella ballata dei martiri.
Dal gemito e dal collo, danza
nel sonno di chi ha perduto la tempia
in lenzuola d’argento. E poi danza
al tremore del rubino al capezzolo,
nei sudori effimere contrazioni
arresi alla bellezza del sangue.

sl2018

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Prima di guardarmi

Battezzami con acqua di mare
e un bel nome, breve
che sia fulmine, pioggia battente.
Rinuncio alla bellezza d’ossa
terra di scaltri e lucertole, chiamami
nei giardini di anemoni posseduti,
dammi un nome breve
che spaventi la montagna
e rabbrividisca il fiume, gelo
d’acque ferme sul dire.
Potresti dirlo prima di guardarmi
ho paura di me nudo
delle dicerie sulla carne,
qui si nasce ingiuriati.
Dammi un bel nome prima
che sia inverno, breve
lama nelle carni, un’eco
che mi da per morto.

sl2018

X

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Di Maggio

Che pena avevo
del ciliegio baciato nel tronco
fatto avvenuto di notte
a gelsi straziati coi piedi,
che pena mortificato di aria
e braccia fiorite e la finta del volo,
c’erano l’uomo e il fuoco
annusando precipizi di lava,
che pena avevo di Maggio
dei genocidi profumati
alle tempie, ossa spezzate
di mandorlo e pesco.
Qui è festa di morti ad ognuno
nella terra umida che diverte.

sl2018

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Acque nere

Condannato a un rivolo d’acqua
ritiro quello che ho detto, l’inferno, un’agave stretta
coi denti, neanche il sole mi bagna col fuoco,
dove a pregare facce consumate
non si hanno colpe originali, vizi rosa di pesco
ma sputi simili a fiori, o fiori larghi come gridi
piantati alla schiena, mentre tu scuoi il mio deserto,
e dalla bocca dovrei fuggire a una simile
pioggia?

Stringo al petto nere petunie,
figli con sguardi d’argento che non sanno
piangere, chiamare.

sl2018