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Nella freddura ionica 2

C’è un paese dove i pazzi
occhi verdi come gatti
nelle strade a pietra nera
e l’odore di lenzuola immacolate
e nocciole zuccherate addolciscono fogne
che ti trascinano al mare
vecchie discese
con risate e sottane
e la campana a rintocco di morto.
E non m’insultare,
è terra di saluti e pizzicotti
che ti crescono,
vetrate a orecchio di coniglio
in terrazze martoriate dal sole.
C’è un paese che giocavo pirata
nei ritorni di muffa e oleandro
il verde manicomio abbandonato
o in acque gelide
tre meduse mi hanno baciato.
C’è un paese che non si dice a nessuno
dove ho truccato bambole e soldati
e mia madre è senza giovinezze
tra ventagli di antiche tragedie
e gli stucchi bianchi alle facce
di paese che nessuno dovrebbe
andarci o crepare
nelle ultime cene apparecchiate
di rosso e screanzati.

sl2018

Foto – L’ultima cena di Peter Greenaway

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Un giglio

Nelle tuo giglio dormiente
si distinguono grazia e il pomo d’Adamo
che tremola, dal guanciale a un nome più grande
lontananze d’aria ferma, che neanche il santo
poté saggiare dolcezze morte sul collo.
Si mettono a catena gole bianche,
la fronte diventa buon muro dove
poggiarsi a lamento e cantare.
Avrei voluto morderti al sonno, dove
ebbero origine eco stanche, giochi malati
di un dito all’ombelico e la rosa.
Avrei potuto gridare, se vederti impazzire
ad occhi spalancati e rossi, sarebbe poi tutto,
un dio che rovina il costato.
Mi piego acqua di spoglie orizzontali
a placarne le bocche insonni.

l2018

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Ingiuria

Questa abitudine di scrivere
a luci spente, è oscurità
che mi porta bellezza e non riposa
gli occhi.
Ho spento la luce al putrefarsi
di lune acclamate, la parola viziata
che morde lingua e Credo.
E affidarsi al nero, pece degli specchi
o a quello dei corvi nella pioggia,
fu benedizione, e certo.
Smisi di augurare albe e divertimenti
che la saliva fredda dei battesimi
ha fatto più morti di quelli
che adorate.
Ad ogni nome, sussurrata l’ingiuria sul collo
non tutti hanno stanchezze di fuoco
alle mani, bruciando
a vivo la rosa e pietà che tocco.
Non so il malanno
febbre antica o pestilenza di fiori,
non si guarisce da tre Gorgoni alla testa,
indurendo capezzoli, adoni di ringhiera.
Tenetemi lontano da voi gli sguardi
sarebbe pietrificarvi testa e ginocchi.
Questa mia abitudine di voltarmi
in tempo, non riposa le spalle,
mi aggiro qui e non sono un imparato
al sole più accanito.

sl2018

O

 

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Buco nero

A un certo punto del firmamento
rimango bocca aperta coi luminari,
fosse noia, appetito, asma nuda dell’angelo,
si apprezza l’urlo freddo di bancarelle d’inverno.
Col silenzio gonfio al palato,
le mani non toccano tempie estranee
o la chioma rubia di chi per te si spaccia
tenendomi incrociate le braccia.
Smetto di specchiarmi nei denti
di uomini che poco adoro e non servo.
Mi basta la pozza rotonda e scura
dove corri a finirmi, ho tutta l’aria
di Nessuno che confonde i giganti.
Di questa fessura nera, preziosa
custodisco rabbia, pazzia, tutti i dolori
in terra, e la malattia di certi fiori.
Dove siete giunti a curiosare dannati
fu e sarà razzia di ciliegi e lune.
Mi hanno cucito la notte tra inguine e ventre
per non darvela a bere,
ho lo scrupolo di mille stelle seviziate
m’incanto al buco nero.

E non addomestico cielo,
in attesa che tu sappia mettere mano
alle guance.

sl2018

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G.4

Aspettavamo che le mani
si incrociassero per sbaglio
sotto grandi tavoli di legno
e la baldoria intorno sgraziata
di tremori. Aspettavamo
quel taglio nel petto
ad occhi larghi
mare detenuto sui ginocchi.
Aspettavamo faccia a faccia
strazio bianco di ginestre.
Avrei baciato l’epilogo dei fiori,
silenzi ammaestrati, e vino stanco
di sere inchiodate muri muri.
Noi che ci siamo abbassati
a tempo di doglia, fermi al pianto
così in terra, non sappiamo dire
dell’acqua e delle ossa.
La tua bellezza moribonda
consumava gole, ai polsi
di nomi che mai si sappiano
a disonore della luce.
Aspettavamo che morissero tutti
nelle nostre giovani mani,
ad una ad una
stelle orride che ci promisero,
Il nostro sole di novembre
non ama plausi le rose
aveva il buon odore del parto
e del cordoglio, fiato
che t’impugnava.

sl2018

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G.3

Ti porto a spalla
come un santo che nessuno tocca,
io faccio l’amore sulle pietre nostre
e mano gettata in alto.
Sembra che io l’abbia con Dio
irriverente a mezzo cielo.
Non importa quanto sia folle
alle guardate brune dei solenni.
al parlato di gente che saguinano
le strade, e m’ingiuriano le stelle.
Concludo ogni sorte, croce
nelle pose di demente
che non afferra acqua, testa, niente.
Ti porto addosso
mare che nessuno trema
e le anche sembrano morire balli
ancora rossi. Ti porto
che non vedo anima storta
lamento tenuto alto.

sl2018

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Eva

Fu il primo a ordinare
una bambola grande
per le sue truppe di uomini alti
che a puttane non s’imbastardisse
orgoglio, cranio, la Razza.
Fu precursore di bocche gonfiabili e strette
vagine, e certe madonne in lattice bionde
messe di lato.
Nessun demonio ebbe sorte
nei fischi di plastica sciolta
al primo cenno di sole, a una giovane Eva
che rideva, e rideva, senza fiato le carni.

Che s’inventava Dio
nel cattivo odore di gomma
che gli smise la bocca.
Nessun demonio ebbe fiori e consenso
di madri vacanti spremute nei seni.

Non esiste giorno
che non vi colga un dubbio maleodorante,
che vi sentite più belli,
ad oggi mi corteggiano i morti
come se ne fossi la troia.

sl2018