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Domani 30 Gennaio sarà la giornata del family day, avremo le piazze gremite dai sostenitori della famiglia tradizionale, gli stessi che mettono al mondo, chissà per quale magia, abracadabra, figli omosessuali, e sempre per magia, abracadabra, vorrebbero poi privarli di una famiglia. E ancora, non è chiaro per quale magia, abracadabra, crederanno di essere dei bravi genitori, nel giusto, di infallibile etica, condannando questi figli. Direi che è troppo comodo essere genitori, una famiglia, e disconoscerne i frutti. Questi non sono e non saranno mai dei veri genitori, che per magia, abracadabra, hanno immaginato figli diversi. Incapaci di essere genitori, e non si sa per quale strana magia, abracadabra, credono ancora di esserlo.

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Tu non mi appartieni

Dolore e gioia non mi appartengono,
manteniamo le distanze, mi sono detto
parlando tra me, io con me.
Ho avuto questa precisa idea l’altra sera
prima di dormire, allo specchio.
Credere di possedere lacrime
sorrisi, è un errore madornale
non saranno mai nostra proprietà
come questo corpo, la terra che calpesto
e sono pronto alla pace con il giorno.
Spesso ci offendiamo e la rabbia ci rode
altre volte corriamo esaltati da una specie di felicità
come se vittorie e sconfitte fossero oggetti
da intascare, nulla di tutto ciò mi appartiene
mi sono detto.
Facciamo che tu sei il bambino da accudire
ed io l’adulto con molte cose da fare
perché io adulto, non ho bisogno d’altro
per me ho già realizzato il peggio, volevo vedere
il peggio, la sua forma orribile. E sono stato bravo.
Adesso che ho te, rimane un volto trasandato
ad occhi spalancati che non si arrendono.
Voglio prendermi cura di questa cosa,
nulla ha l’esatto senso del vivere
se non l’opera da terminare
da ribadire con le dovute distanze
e ricorda, tu non mi appartieni.
Forse sentirai l’amore che ti arriva addosso
ma quello – sai, non è un bene, il gioiello chiuso
nel cassetto, al sicuro dai ladri, per quanto si è avidi
e neanche una grande casa da svendere.
L’amore siamo noi, è sostanza che ci ha compiuti
ti arriverà addosso, mi arriverà addosso
immenso, tutto qui.

Salvatore Leone 2015

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Suonavi l’arpa ed io cucinavo per te

Il termine “lavoro” non mi ha mai convinto, andrebbe censurato su tutti i dizionari e Wikipedia.
Ancor peggio della pornografia, il cannibale keniota, le teste sgozzate del Daech su Youtube.
Sono anni che lo immagino per intero. Ogni uomo nasce con un’indole, una missione, chiamiamolo mestiere il pulsare del sangue, che ci spinge a realizzare opere, come fare il pane, una messa in piega, suonare qualcosa. Poi, è stato coniato un maledetto termine, scrupoloso, che definisse i rapporti tra padrone e schiavo, tra titolari e operai, il “lavoro”.
Adamo, chissà per quale santa ragione, si sveglia ogni mattina con il mal di testa, poca voglia, infelice, frustrato. Non sa esattamente come sta impiegando il proprio tempo, dove andrà a mettere le mani. Ha le ore contate, i contributi, l’ora d’aria, una pausa, non spera altro. Sta pagando il mutuo, una casa che porterà via con sé, all’inferno, insieme alla “roba”. Ha già prenotato una lapide, bella, in marmo nero, lucido, per il camposanto.
Il prodotto è del tutto inutile, concepito sottosopra, non per la sua efficienza, qualità, ma in previsione di un porcelloso guadagno. Guardate l’ultima potenza economica che dilaga, vorrebbe insegnarci come lavorare, mette sotto tortura l’essere umano, non importa se un bambino muore per aver lavorato troppo, non importa se si squartano cani da cucinare in umido, magari con i peperoni.
E il nostro paese chiude un occhio, entrambi, si lascia trasportare da questo scambio laborioso che ha suggerito diverse sconcezze ai nostri imprenditori.
L’illusione della crisi non è altro che il capriccio di chi non intende rinunciare al futile, all’utile surreale, alle sue abitudini, le dieci case, mentre noi ringraziamo Dio se stiamo lavorando. E’ stato stabilito così il suo stato di necessità, stato di emergenza nazionale. Basta guardare i nostri parlamentari che guadagnano inutilmente, tra l’altro, senza offrire alcun servizio. Un po’ come il burro scaduto, se lo riporti al negoziante con lo scontrino, nulla da fare, è tuo. Ho smesso con il mestiere per cui sono nato, si era ridotto a fare ben altro. Ho preferito fare altro. Credevo che fosse così, volevo che fosse così, tu suonavi l’arpa ed io cucinavo per te.