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Mare bianco

Non abbiamo nulla di cui pentirci
testa bianca, la deriva delle braccia
non è luogo di perdizione
dove ho baciato il tuo sangue,
neve perfetta alla bocca
e tempia poggiata nell’acqua
lo stento di un respiro ingoiato di lato.
Non abbiamo terreferme a incolpare
non ci siamo mai persi, ti ho chiamato
dove a nessuno è venuto in mente
di cercare pietre ferme, una carcassa di manta.
Per quanto abbia smarrito l’orizzonte
so dove trovarti, in balia di lune spogliate
e non mi chiedo, non me lo chiedo
dove io sia andato a finire.

Salvatore Leone 2017

g.

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Verrò a Giugno

Verrò a Giugno come la volta in cui
ci siamo sporcati le mani nel solstizio d’estate,
che ho baciato terra nei miracoli d’acqua
un assaggio di fango che mi ha lasciato muto.
Ho perso l’ossessione delle cose che sfioro
non mi lavo le mani per ogni cosa che tocco,
non le asciugo più addosso.
Voglio sapere lo sporco che ha saputo toccarmi.

Salvatore Lone 2017

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Quando lo dico 

Quando lo dico è insolazione
un colpo di sole che storce gli occhi
e per dirlo si muore di sete
in attesa di parole a venire
grandi, ad allargarmi la bocca.
Non so nulla del verso
ho il destino di uno
che non trova pace nell’ombra,
della notte rimane la insonnia
di spalle cotte, il giuro più asciutto
che non ebbe mai gole.
Quando lo dico fa molto caldo,
il cielo sputa il suo fuoco
e la terra brucia da sotto.

Salvatore Leone 2017

<3

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Lei

Perdo tempo
disteso su mezzo divano
che prende forme d’inquietudine
ed occhi che fingono sonno
torpore di braccia incrociate
e perdo il suo tempo.
E se fosse l’ultimo scritto
di protesi consumata, semmai labiale
oppure costola che non sento
e non mi sento.
E se avessi coscienza di ossa inutili
abbandono di quel giorno
di ogni movimento accantonato lì.
Del giorno ne giustifico le morti
chiamandole ozio, mentre
m’addormo e sogno
la strafottenza elegante nel dire il morto.
Disteso un po’ a terra
credo che in fondo lei sia graziosa
mi sorride come se mi conoscesse.
Forse conosce le grazie
che le dico in perfetto silenzio.
Grazie delle cure che ti fa.
Di ogni giorno che passa lei mi guarda
con tenerezza e dolore improvviso
un sussulto alle ciglia.
Forse sente l’odore, gli occhi
che mi hai lasciato addosso.
Perdo tempo e non condanno,
di noi hai creduto che fosse
uno spettacolo, uno come l’altro
e ti sei gettato al meno greve.
In fondo lei mi è simpatica
non sa dello teatro che fai.
Mi rigiro nei cuscini freddi e penso
che saranno fatti tuoi
che mi rimane un dubbio
al centro del petto, nel vederti piangere
in ogni angolo di strada.
Mi rigiro e penso ai saluti d’acqua
che non smettono.
E mi chiedo a un certo punto
se ha braccia abbastanza forti
se ti ha mai visto tremare.

Salvatore Leone 2017

Las Meninas, NM, 1987

Il capitano verde

Un giorno vi ho sorpresi
con le mani in sacco
eravate eleganti
giocattoli spaventosi
di signori alti, così mutilati.
A tre anni ho pianto
non ho più giocato,
baciavo soldatini
messi in fila, sistemati per due,
che si deformavano
diventano grandi – oppure piccoli
dietro il sale degli occhi,
si dileguavano buffi nel fragore delle risa.
Io ho amato il capitano verde.
Un giorno vi ho sorpresi
nelle braccia di gomma
nei giri di corda
a ballerine svenute.
A tre anni mi tiravate le guance,
vi ho sorpresi a mettermi paura
nei battimani screpolati
della sopravvivenza.

Salvatore Leone 2017

:

ok

Io non vi conosco

Simili a un grido di notte
che appanna, trema sui vetri,
io non vi conosco.
Da quando mi guardate
non prendo sonno, pace
di lenzuola alle caviglie.
Simili a ratti inquieti
allo stridio di muri bagnati
scodinzolate odori cattivi.
Da quando mi parlate
ho uno sbieco offeso,
dell’acqua salata negli occhi
avete detto è luna che brucia.
Se mai dovessi conoscervi
non farò il mio nome
vi porgerò una mano fredda
molle, sudaticcia.

Salvatore Leone 2017