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Nelle braccia di Atlante

Mantenere la rotta

nei bianchi umidi che s’infrangono alle spalle

mentre il canto di una maliarda stordisce.

Mantenere la calma degli orizzonti

dispiegando al vento le scapole.

Fissando linee d’oro di un tramonto che collassa,

avanti tutta! Mi chiedo in quale azzurro

riemergeranno le tue costole.

Se cercare in lontananza, una mano

a pararmi gli occhi, e labbra di sale

mi salverà dalla brezza affilata sul collo.

Avanti tutta! fino a perdermi nelle braccia

di Atlante.

Vorrei toccare terra, nel grido affamato

del gabbiano. Rimango nudo davanti al mare

senza alcuna vergogna, pentimento.

Mi bagno la fronte in benedizione, nella deriva

degli occhi, accolto da una luce

che riposa sulle rocce.

sl

.

Che nuda la luna non abbia scuse

Da qui passano uomini dal mento ingiallito
e lingue sbrigliate falsano il cielo. Una volta e ancora.
Mi indicano l’Altare più a Nord con aliti freschi e un dito
la possente marcia dei teatranti.
Li hanno mandati da me, perché abbiano spalle larghe e braccia robuste
perché i miei occhi di Medusa non si posino alle bocche.
Mi volto appena in tempo per allietarne le carni
mentre scelgono nomi brevi e sfuggenti, un muro buio
dove chiamarmi a denti stretti.
Giungono con l’odore buono delle fioriture
un petto nero corvino, sollevandomi alto
per offrirmi in dono al nerbo di Orione.
Li hanno mandati da me perché non si può lasciare il mare
nelle mani di un bambino, né si confidano orizzonti d’inverno.
Per confondere pioggia battente e lamento
e distogliere dalle aquile lo sguardo.
Si assicurano che io non vada a pietrificare le ultime rose
che io faccia almeno tre giri su me stesso
che nuda la luna non abbia scuse
che al più presto io muoia d’occhi larghi e pazzo.

sl

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Mi sono improvvisato poeta

E adesso? Provo ribrezzo
per chi non ha la tua portata di strada,
la curva addolcita del tuo viso.
E il sapore al gomito è piuttosto acre.
Non ti ho detto di Aymen, che mi copriva
con un lenzuolo, non appena il canto si alzava
dai minareti, rinnegandomi a dio
almeno quattro volte al giorno.
Pregava nudo, rivolto a Est, fronte nel marmo freddo,
si piegava a mezza luna con l’alba sulla schiena.
Mi sono abituato alla solitudine
con la rivolta dei gelsomini, a porte sprangate
ho buttato giù due righe. Il vino c’era.
Mi sei venuto in mente quando gli sciacalli di Ben Alì
terrorizzavano grandi e piccoli nelle case.
Allora ho buttato giù due righe,
mi sono improvvisato poeta
nelle carceri argentee della luna,
in qualche modo tu dovevi sopravvivere.
Sono rimasto infantile
perché andavo per strada nelle ore di coprifuoco,
non per incoscienza, ma per sbadataggine
dondolando le braccia, scanzonato
e sorridendo al mio cecchino.

Ho rovinato le mie ossa in un hammam
non temo i tramonti ormai adulti sul ventre
non temo l’imbrunire, mi sono improvvisato guardiano
ai primi luminari delle tue scapole.

o

Con te era diverso,
agli altri mordevo un capezzolo
per sentirli gridare.
Non sai come ci si sente, addosso
e ti butti nelle braccia di Manolo, Francisco e Mohamed
senza distinguere i volti, pareti umide e salate.
Sai, mi alitavano sul collo
bestie a me sconosciute, lingue larghe e rosse.
Non ricordo tutti questi nomi, ho ancora in testa
il suono della cerniera che si abbassa, lo scintillio
della fibbia sganciata di fretta.
Agli altri mordevo un capezzolo, perché mi ero convinto
di una cosa, per ovviare alla tua mancanza
avrei dovuto mangiare un uomo, intero, iniziando dal petto.
Mi sono perso tra le cosce di Saber
come un maledetto ebreo.
Sai che in Chueca mi hanno stordito, con la droga
dello stupro nel bicchiere, senza una ragione?
Come se ti appartenessi ancora.
Mi sono svegliato in un letto barocco
pieno di addolorate e santi.
Non sai come ci si sente.
Ecco com’è andata in tutti questi anni,
mordevo, mordevo al capezzolo
e all’addome.

sl

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Mi comporto da uomo
perché non ho doglie all’ombra di una palma,
trovo riposo nel fresco di giugno, martirio di cicale.
A voi non porto la dote, un corredo ricamato di sangue,
nell’inferno delle vostre anche non sono madre o ragazza.
Eppure mi chiedo chi sia peggio tra noi,
chi si arrenderà primo festeggiando le carni
la punta di coltello diventata acqua.
Il dolore che spinge dentro la notte
ė stato fin qui lancinante. Allora
non so per quale natura abbiano messo un grido
all’inizio delle rose, alle bocche degli amanti,
o perché le nuvole siano state concepite vergini.
Chi ha fermato il vento alla mia soglia?
Mi chiedo per quanti giorni ancora
ci consacreremo nel dolore della pioggia,
guardandoci bene dal demone che trova rifugio in una margherita,
a volte danza graziosamente.

sl

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Il verso dell’aquila

Le mie parole, ah le parole
nuvole fustigate dal nerbo di cuoio nero,
a incitare bestie perdute in cielo.
Quanta grazia nel vento piega leggermente le schiene,
ma qui sono arrivati in tanti, coi pugni stretti e l’affanno
un comando che arrossa le gole.
Non mi affido neanche al sussurro che rovina il petto,
amo l’odore freddo alla cima, i prati silenziosi,
non temo il precipizio, aria che mette in croce le braccia,
mi hai insegnato il grido dell’aquila girando bene la lingua.
Io non parlo più, emetto suoni indicibili
avvisando il cielo.
Nessuno ha compreso cosa ci siamo detti finora,
è un segreto tra noi e la pioggia, tra noi e la neve
tra noi e il vento, tra noi e la luce maestosa
dell’alba.

sl

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Drama


La luna ė diventata grande e vi supplica;
non ama la solitudine delle magnolie, viste da qui,
l’argento desolato nelle strade, l’incanto muto e soldato
che spinge falene contro i muri.
Tra porpora abbandonati non ho scorciatoie e né rose,
lo scuro inizia danze appese ai tetti, scomunica di piogge
che non sanno bagnare la fronte, scrostare il nome breve.
Lenzuola immacolate nel disordine dei gomiti
e a sole basso, elemosino archi venuti al dorso.
M’infrango d’acque inutili che freddano ogni cenno d’ossa
e al gioco profumerò di frasche vive, così
l’alba mi lascia nudo, sotto al diluvio del ciliegio.
Tra folate d’erbe alte che crescono nei fiumi
vanno a capo lamenti, senza la pietà degli addomi.
La luna è diventata grande, ancheggia su piastrelle e vetri.
Come la peggiore delle femmine sole.
Che pure il mare ingrossa preghiere, l’inutile brezza,
venite in sette a portarmi via.

sl

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Aranci amari

Mi pari iancu nta facci
assettiti e mancia, è pisci friscu ri oggi all’alba,
u purtaru ch’e barchi
e u zibibbu è misu dà, vicinu u pani.
Chi c’ė, ti manca l’appetitu?
Ti fici puru u biancu manciari chi tantu ti piaci.
U sai, rinnu chi rumani chiovi, chi tutta l’acqua
ė binirizioni pi sta terra ri nuddu, e tu chi hai chi nun parri?
L’occhi ti parunu stanchi, ma nun t’affannari
arriva prestu u jornu ri cirasi , pi bagnariti a testa a mari
comu qunn’eri nicu.
U sai, mi rissuru c’avannu l’aranci sunnu amari
chi oggi tutti currevunu mari mari
chi si sentevunu vuci, i soliti carusi chi s’addivettunu
cu nenti, chi puru si chiami forti mancu si girunu.
Ciù dicisti a to’ patri chi dumani porta ventu e non c’è scola
comu quann’eri nicu?
Ma tu assettiti e mancia
ch’ė tardu e mi sbrigu.

sl

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Oro, incenso e mirra.

Se l’angelo alto e biondo non avesse spaventato mia madre
andrei come Erode nei deserti, con addosso mille gioielli, una catena d’oro
pesante, mi accascerei rantolando davanti a una danza, e la faccia rossa rossa.
Chiederei a voi tutti e alle stelle di ubbidirmi, cadrebbero con un solo cenno
del mio capo, a voi tutti chiederei di lavarmi bene le caviglie.
Se mia madre non avesse urlato con le mani sul ventre
ubriacherei santi e cristiani d’argento e sudori.
E proibito guardare alto, spogliare con gli occhi la luna, è mia
segnando il territorio sulle schiene di ragazzi che non hanno
il taglio dei miei occhi, appesi ai muri nello strazio
di Vergini e Maddalene che si spartiscono acqua e pane, le vesti nere
del dolore.
Ma voi che vi bagnate la fronte con un segno di croce e la mano
del tiranno, siete ancor più lussuriosi
e di carne tremolante, giurando che siamo figli vostri.
Disconosco mia madre composta nei vetri delle chiese,
posata lì a calpestare serpe e inferno per lo stomaco profumato
di credenti a una tavola imbandita con pizzo chantilly e sangue.
Quella non ė mia madre.
Mia madre si ė vestita di nero e canta, festeggia la bellezza
di questo dolore, e con mio Padre è un mare che mantengo.
Mi avete portato oro e incenso, ma più di tutti gradisco la mirra
che profuma i morti, che dona lucentezza alle guance
e addolcisce il ferro nei palmi,
che ad aprir bocca il bambino è già freddo.

sl

 

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Siqilliyya

Prego la sera che tu possa bruciare
ti ho pure odiata terra del vermiglio
e sole alto che accoltella,
negli azzurri rovesciati la Salina e il lamento del Ciclope
guardiamo facce insolite di chi sbianca,
l’eterno riposo al centro del mare, portiamo via l’oro i nomi
ossa che scricchiolano austere nel cielo.
Dove sono nato si abbracciano morti coi fiori dentro la bocca,
guardiamo storto chi parla del vento e del gelso
chi ha giurato e profuma di limone al collo.
Abbiamo solo il tempo di una buona madre
e cinghiali da inseguire, stai attento a quel che dici,
e bada che la montagna, l’arancio e tre Mari
non abbiano padroni.
Solo il tempo di insalivare le dita
e orientarci col dolore del mio Eolo.
Sono diventato alto negli scogli
vedovanza agli orizzonti che tagliano le mani.
E terra l’ultima parola, qui
vicino al petto, commessa da ogni uomo e in fronte
porta le scuse dei ciliegi.
Qui sono caduti uomini dal braccio possente
giunti da ogni pietra e calore,
mi rimane la luna alta che si bagna
l’eco che divarica e li accoglie.
Vorrei che il mare ti coprisse nuda,
lo prego ogni notte mentre volto le spalle
ai Re che per te inganno e bacio.
Qui lo sfregio ė decoro alla guancia,
dove ho tolto la prima barba e m’atteggio
a Nessuno.
E così si scordano di noi, delle corse
al lungomare, di te ragazzo che già sbuffavi
come un piccolo dio,
e adesso vieni a scuotermi le spalle
col pianto caldo del vento
togliendo gelo alle ciglia, se a un certo punto
ho visto tutto bianco.
Una doglia che si contorce nel bel mezzo dei deserti
e abortisce gelsomini ad ogni manata sul ventre.
Ti maledico all’alba, per le facce
che mi scortichi, se con la grazia del sorriso
levi la pelle all’animale.

sl2019