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G.4

Aspettavamo che le mani
si incrociassero per sbaglio
sotto grandi tavoli di legno
e la baldoria intorno sgraziata
di tremori. Aspettavamo
quel taglio nel petto
ad occhi larghi
mare detenuto sui ginocchi.
Aspettavamo faccia a faccia
strazio bianco di ginestre.
Avrei baciato l’epilogo dei fiori,
silenzi ammaestrati, e vino stanco
di sere inchiodate muri muri.
Noi che ci siamo abbassati
a tempo di doglia, fermi al pianto
così in terra, non sappiamo dire
dell’acqua e delle ossa.
La tua bellezza moribonda
consumava gole, ai polsi
di nomi che mai si sappiano
a disonore della luce.
Aspettavamo che morissero tutti
nelle nostre giovani mani,
ad una ad una
stelle orride che ci promisero,
Il nostro sole di novembre
non ama plausi le rose
aveva il buon odore del parto
e del cordoglio, fiato
che t’impugnava.

sl2018

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G.3

Ti porto a spalla
come un santo che nessuno tocca,
io faccio l’amore sulle pietre nostre
e mano gettata in alto.
Sembra che io l’abbia con Dio
irriverente a mezzo cielo.
Non importa quanto sia folle
alle guardate brune dei solenni.
al parlato di gente che saguinano
le strade, e m’ingiuriano le stelle.
Concludo ogni sorte, croce
nelle pose di demente
che non afferra acqua, testa, niente.
Ti porto addosso
mare che nessuno trema
e le anche sembrano morire balli
ancora rossi. Ti porto
che non vedo anima storta
lamento tenuto alto.

sl2018

7L

bambola-di-hitler1


Eva

Fu il primo a ordinare
una bambola grande
per le sue truppe di uomini alti
che a puttane non s’imbastardisse
orgoglio, cranio, la Razza.
Fu precursore di bocche gonfiabili e strette
vagine, e certe madonne in lattice bionde
messe di lato.
Nessun demonio ebbe sorte
nei fischi di plastica sciolta
al primo cenno di sole, a una giovane Eva
che rideva, e rideva, senza fiato le carni.

Che s’inventava Dio
nel cattivo odore di gomma
che gli smise la bocca.
Nessun demonio ebbe fiori e consenso
di madri vacanti spremute nei seni.

Non esiste giorno
che non vi colga un dubbio maleodorante,
che vi sentite più belli,
ad oggi mi corteggiano i morti
come se ne fossi la troia.

sl2018

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ook


N. 1305

Questa volta
nessuno mi tocchi i capelli
la luce convenuta in fronte.
Hanno messo mano al giudizio universale,
una cernita ai fiori di Apollo,
come se ne sapessero di rose bourbon
o dei gelsomini sfrontati di notte.
Non voglio che quella gente si avvicini alla testa,
hanno mani nella terra, e le unghie antiche
dei padroni, croci a peso d’oro,
loro che si prendono il merito dei gladioli
portati alle braccia come figli morti
dopo averne baciato le ossa

la colpa, il battesimo
di non profumare abbastanza.

Questa volta
è sovrano l’anthurium, lingua di demone
che vi porta le scuse dei fiori,
gli omaggi di quegli uomini.
Non mi toccheranno le guance i capelli
sarà spargimento quieto di tramonti.
E le mie braccia ai muri chissà
un rampicante selvaggio
buttato all’acqua e al vento
di cui nessuno si accorge.

sl2018

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juste


Fra te e la luce

Sono uno che sporca,
l’ombra di schiena.
Ho vissuto nel mezzo, fra te il sole
che riduco a brandelli

e nell’eremo delle scapole
faccio bibbia di fiori neri
incido sacri lamenti.

Vivo fra la pelle e l’alba che rovino
forse danzo alle tue spalle,
sono soltanto un uomo
che si è messo di mezzo
fra te la luce.

Vivo fra te la luna
che è venuta a portarti
la mia bocca, tutto il nero
che ho respirato.

sl2018

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kiuu

Mea culpa

E’ colpa
se ti concedo un faccia a faccia
di spergiuri che non deludono orizzonti
caduti in mano ai giganti

Qui, nella menzogna di lune che sono state brillate,
ho uno strano modo di battermi il petto
ai tuoi occhi che sembrano altari di mare

Mi chiedo dell’urlo alle scapole
di te che metti a soqquadro il cielo

Dal canto il ciclope
dormiente nei miei rovi,
la bellezza di una lastima
che mi regge le spalle e l’eterno

Di un balzo
noi che siamo stati più indecenti
dell’aria.

sl2018

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Razza bianca

Sono di razza bianca
come la luce e la neve,
eppure non vi sono piaciuto

Le rose malate dell’iride
non sopportano il sole che mi piaga,
e tutti gli uomini
a vedermi, fanno gli scongiuri
mi considerano una maledizione del cielo

Sono il ritratto di un Dio anemico
che non distingue la pelle dei figli

Parlate di uguagliare le braccia
alle persone, le schiene ambrate
a quelle fredde dei ghiacci.
Eppure vi coprite occhi e faccia
a guardarmi

Sono di razza bianca
come la luce e le ossa
un fallimento avvenuto in cielo
chissà quando

di un creatore che non si fece mancare nulla
che avrebbe voluto un po’ di quella carne

Tenetevi i musi neri, i capelli ramati
quei sorrisi tenui e giallastri

siate di buon fango meticcio

che a essere Uno
vi siete additati e poi ammazzati

Sono di razza bianca, spettacolo
di cristalli che muoiono al sole.

sl2018