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Si gioca battimani sui muri
con il sorriso di bambini strani
che non concludono nulla.
Si gioca senza il sospetto
di un amico immaginario
che ti muore nelle braccia.
Si corre nei prati assolati
e non per divertimento,
brezza, ma da perseguitati.
Ho sempre fatto giochi
di morte, con aerei in carta
che mi vengono storti.
Ci si spaventa negli abbracci
di mosche cieche,
e a pugni stretti ho fatto
silenzio.

Salvatore Leone 2017

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A parole mi sono fatto stagno
ritardo cognitivo di preghiera
che non dà sollievo alla bocca.
Così pregiata d’acque insipide,
farfuglio dicerie da ultimo nato
nei corridoi che sudano buio

Avvicinati al costato, doppiami la voce
le ultime volontà di attore consumato
a brillantina e nodo stretto.
Che siano imprecazioni di giovane spaccato.
Copri d’alito la cretinanza che ho detenuto
nel cuscino, supplica del mio sonno
di non avere muso, corpo

suggeriscimi a bassa voce, rose umide
che mi svegliano la faccia

Salvatore Leone 2017

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Non distoglierti

Quanto biasimo per le nuvole
nei lamenti di donne affaccendate
in terra disfattista, mentre il sole cade nel cortile
come uno scherzo che spaventa.
Non serve rimanere in attesa di piogge
piegati sui davanzali ancora caldi,
non si ammettono ombre sbadate
cose languide di una testa persa
nel sugo che si appiglia.
Tralascia pure la fitta del petto
che di presumo si è morti
e non distogliere la fame dalle mani.
Dal coltello che sberluccica, attento
a non tagliarti il pane, l’indice.

Salvatore Leone 2017

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A bordo dirupo
è rinfusa di macellai coi gioielli
mollezza ultima di alloglotti,
il demente biondo allaccia scarponi alti
da ufficiale. E madre che rifocilla.
Ai cacciatori dissero non c’è
trippa, e i pallini al piombo
dentro le farfalle, nelle teste pettinate
di bambini al mare.
Nella testa stranita
dondolo accansando vertigini
a saperne l’amo incantatore
centro di bocca finta
e mi chiedo che specie di bruco teschio
sia avvenuto nell’uomo, alla caduta
respiri spalancati, e brevi

Salvatore Leone 2017

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Giunco di palude

provo imbarazzo a non sentire
stremato dal labiale dei miei soldati
un bel Nulla urlato a vanvera
dal petto nudo delle divise
insieme al chiasso di annegare nella pelle
sottile, arrossisco
mesta vergogna a cavarne
senso, gerani di bocche immense
dovrei averne voglia, seppur breve
di ascoltare gli aliti di un paradiso muto
e sapervi tutti, se ho ben inteso
vi farei la cortesia

Salvatore Leone 2017

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Il fiore scevro

ho conosciuto tre poeti
Primo era sveglio, seminava pertugi
con un dito nella terra, l’altro attese il germoglio
di un fiore scevro, a decantarne bellezza
rivelando a cani e porci il segreto degli effluvi
lo disse a tutti
ed Ultimo lo pianse a prefica
mentre appassiva
nei fasti degli abbeverati

Salvatore Leone 2017