Las Meninas, NM, 1987

Il capitano verde

Un giorno vi ho sorpresi
con le mani in sacco
eravate eleganti
giocattoli spaventosi
di signori alti, così mutilati.
A tre anni ho pianto
non ho più giocato,
baciavo soldatini
messi in fila, sistemati per due,
che si deformavano
diventano grandi – oppure piccoli
dietro il sale degli occhi,
si dileguavano buffi nel fragore delle risa.
Io ho amato il capitano verde.
Un giorno vi ho sorpresi
nelle braccia di gomma
nei giri di corda
a ballerine svenute.
A tre anni mi tiravate le guance,
vi ho sorpresi a mettermi paura
nei battimani screpolati
della sopravvivenza.

Salvatore Leone 2017

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Io non vi conosco

Simili a un grido di notte
che appanna, trema sui vetri,
io non vi conosco.
Da quando mi guardate
non prendo sonno, pace
di lenzuola alle caviglie.
Simili a ratti inquieti
allo stridio di muri bagnati
scodinzolate odori cattivi.
Da quando mi parlate
ho uno sbieco offeso,
dell’acqua salata negli occhi
avete detto è luna che brucia.
Se mai dovessi conoscervi
non farò il mio nome
vi porgerò una mano fredda
molle, sudaticcia.

Salvatore Leone 2017

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Ho aspettato al buio

Ritiro tutto quello che ho detto
pure il tuo nome,
nei cespugli dei frutti rossi
che si mordono di notte.
Ho aspettato al buio
per sentirmi dire mezza parola
nelle carni dei ciliegi.
Ritiro tutto quello che ho detto
prima che sia luce e giorno
di uomo scordato in terra e gelsomini.
Se mai dovessi insistere al quarto di luna
che schiarisce appena la tua fronte,
passati una mano sulla bocca
finta sia noia, lo sbadiglio
innamorato, oppure sonno
che bacia i sordi sbracando i muti.
Credo sia fame di mele turgide
a dissetare.
Ritiro tutto, perché le cose dette
a quest’ora, non le ho sapute
non le ha sentite mai nessuno.

Salvatore Leone 2017

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Si gioca battimani sui muri
con il sorriso di bambini strani
che non concludono nulla.
Si gioca senza il sospetto
di un amico immaginario
che ti muore nelle braccia.
Si corre nei prati assolati
e non per divertimento,
brezza, ma da perseguitati.
Ho sempre fatto giochi
di morte, con aerei in carta
che mi vengono storti.
Ci si spaventa negli abbracci
di mosche cieche,
e a pugni stretti ho fatto
silenzio.

Salvatore Leone 2017

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A parole mi sono fatto stagno
ritardo cognitivo di preghiera
che non dà sollievo alla bocca.
Così pregiata d’acque insipide,
farfuglio dicerie da ultimo nato
nei corridoi che sudano buio

Avvicinati al costato, doppiami la voce
le ultime volontà di attore consumato
a brillantina e nodo stretto.
Che siano imprecazioni di giovane spaccato.
Copri d’alito la cretinanza che ho detenuto
nel cuscino, supplica del mio sonno
di non avere muso, corpo

suggeriscimi a bassa voce, rose umide
che mi svegliano la faccia

Salvatore Leone 2017

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Non distoglierti

Quanto biasimo per le nuvole
nei lamenti di donne affaccendate
in terra disfattista, mentre il sole cade nel cortile
come uno scherzo che spaventa.
Non serve rimanere in attesa di piogge
piegati sui davanzali ancora caldi,
non si ammettono ombre sbadate
cose languide di una testa persa
nel sugo che si appiglia.
Tralascia pure la fitta del petto
che di presumo si è morti
e non distogliere la fame dalle mani.
Dal coltello che sberluccica, attento
a non tagliarti il pane, l’indice.

Salvatore Leone 2017