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BB

Nelle ossa trovo il tempo delle rose
ginocchi malmessi una volta e per cent’anni,
che il vento porta al limone buone creanze
baccano di polveri concesse agli aliti
una volta e per cent’anni.
Dove luce e caos travolgono giardini
ho una probabilità sul miliardo di battere
bocca e fronte, costole indurite
al sole in piena.
Ė questo un fracasso di cielo
a braccia rotte e bianche
tempie esplose per un’antica fatalità
portando mare allo stomaco
il divaricarsi del fiore, acque abbandonate
per un po’ di terra, raddrizzate le schiene.
E il fuoco mio che non lo ha fatto apposta.

Noi che malamente sappiamo, e abbiam saputo
travestiti da luna e vento, imitando faccine all’alba,
noi giullari d’inferno, saremo poi così baciati?
Noi che smettiamo d’agitare le mani
per un avvento di pioggia sul collo.
Adoro la tua testa sbadata e bianca
nel mezzo scuro dell’orda alla guerra.
L’imprevisto che segna il petto.

sl

17 ott

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Maledico il verso e tutta la letteratura di gardenie morte qui
nelle braccia, la pagina esangue che ha vendicato schiene
sommesse alla luna. L’argento sguainato alto come razzia
d’aria ferma e gli ori al tramonto. Mare, il mare impetuoso
che scuote le spalle e rigira i fianchi, nuovo fango
che porto alle guance, e l’onore, l’onore di sputare nero
come una seppia di scoglio. E maledico il canto
che mortifica il ghigno, quegli uomini poggiati
al muro. Le rime sopravvissute al lutto dei mandorli.
Maledico tutta la letteratura e le bocche saccenti,
avrei potuto correre nell’erba, gridare come un’aquila
al tuo petto. Saltare alto chissà dove.
Ma mi chiamano sempre, dalle piazze imbandite, da sotto
gli asfalti, dalle cime fredde, incoronato d’alloro,
che al cielo serve un testimone. Mi chiedono
se ti ho visto da qualche parte, a una festa di maggio, un’infiorata
a me, proprio a me, con mani vacanti
e la malattia dell’acqua.

sl2019

15 ott

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Quando una mano odora di gelsomino
e l’altra sa di cenere e fuoco
non vanno giunte in preghiera.
Lasciamo intatte lontananze di sguardi
scostiamo la luna dall’impero del sole.
L’argento della schiena dall’oro dei ginocchi.
Quando i palmi si carezzano l’un l’altro, apriamo
fiori neri che si bagnano nel diluvio promesso
e lo scuro.
Che mai si tocchino le nostre tempie
manteniamo precise distanze, guardando basso.
Voleranno cento aquile in luce che sposta
gli occhi, aria che accoglie il canto
da una cima fredda all’altra.
Se ogni volta che mi hai tenuto i polsi
nelle lenzuola bianche della disgrazia, si ė ribaltato
il cielo, e cento volte ha piovuto sangue.

sl2019

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8 a

Vedova di cielo e pioggia
che muore nelle braccia. Vedova di mare
e tutto questo nero appariglia occhi.
La bellezza di vagare fra le pietre
incidendo nella memoria lo strazio del canto
la rosa appuntata sul petto.
Mi vesto di scuro perché ci sono andato da altre parti
a far le feste, ho ballato così tanto che ancora mi girano
i fianchi. Ho sorriso a questo, e a quello, alla lucentezza del coltello,
alle pareti sudate del lungo inverno, fino a disordinare labbra
messe a giorno da fresche disperazioni.
Abbino la pece al tormento dei corvi,
partito per un deserto che ha voluto i ginocchi
la voce, mi sono lavato la testa irruente e più volte
seppellendo farfalle brezza di notte, eppure
la fronte è piena di ombre, di luci che continuano il grido
agitando biancori nel nome.
L’inferno allarga la vista, colline stordite dai luminari
e alzando le braccia m’arrendo agli odori
del pesco. Mi sono messo a lutto dopo l’allegra baldoria
nel silenzio che scorticava stanze più estranee.
Dove non è mio il sole che batte sulle pareti
non è mia l’aria che entra dalle finestre,
e ho lasciato in terra degli sconosciuti.
Basta scivolare di schiena, il peccato scritto sui fogli
e prendersi gioco dei demoni, ora so cosa c’è lì sotto,
non è bastato il nero dei precipizi
ad asciugare la faccia, gioisco nei rumori dell’alba
e della sconfitta. Mi vesto del nero
che ha sempre attirato la luce, il sole danzante
nelle tue forme di ora.

sl2019

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L 21

Vengo solo a riposare le gambe
i miei ginocchi d’errante, sbucciati nei ghiacci
oppure ė deserto a me caro. Vengo da giostre di cavallucci
e musiche storte, da ubriacature a colline alte
dove ho perduto il senso nelle mani, fra tutte e due gli occhi,
e del limone Qui seduto il mare non ha odore.
Vengo a rigirare la sabbia, creo file di pietre bianche,
nell’oriente mio capovolto si spezzano in quest’ordine:
vento, poi la brezza, poi la rosa.
Nel chinarsi d’alba e dal torpore
si placano sete e dolori, brillantezze di sale
alla fronte gelida. Vengo a giocare nella sabbia
indossando alghe come collane, un cielo ricreato
da occhi neri neri.

Io sento le sirene cantare, e tu
Salgo sulle spalle dei ciclopi
Spezzo trombe d’aria con la preghiera
E tu, che fai

Da quale inferno arrivi e carnaio
Da quale giorno in mio onore
vieni con un cenno a salutare
e poca voce.

sl2019

L.

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L

Incolpiamo fiori
portati qui dal demone, gli scarlatti
dietro a un angolo di muro
e al balzo, folate di gelsomino atterriscono
le notti. Non ho creduto in un solo fiore
posato qui dal demone, nelle sue mani odorose
che afferrano la bocca, vessato dalla zagara
ne piego lo stelo e ne mordo la corolla
in attesa di grido e sangue.
E pur s’apre al freddo degli occhi
la rosa, non le baciamo il collo,
e appassisca dilaniata
dal sole, temendo noi l’inganno
il porpora e i brandelli.

Questo fiore ebbe colpe più del demone
pur se posato dall’angelo,
e abbassiamo vesti a rose e vergini
dai seni lontani e pallidi, strappando confessioni
fino a romperne le acque.

E che grazia si condanni
e che abbia il suo patibolo.

sl2019