Nero femmina

Featured

https://almerighi.files.wordpress.com/2019/05/libri-amargine-8-salvatore-leone.pdf

20190430_161439

Advertisements

^

42a5633e563aecfa171a0e04ec548e01


8 a

Vedova di cielo e pioggia
che muore nelle braccia. Vedova di mare
e tutto questo nero appariglia occhi.
La bellezza di vagare fra le pietre
incidendo nella memoria lo strazio del canto
la rosa appuntata sul petto.
Mi vesto di scuro perché ci sono andato da altre parti
a far le feste, ho ballato così tanto che ancora mi girano
i fianchi. Ho sorriso a questo, e a quello, alla lucentezza del coltello,
alle pareti sudate del lungo inverno, fino a disordinare labbra
messe a giorno da fresche disperazioni.
Abbino la pece al tormento dei corvi,
partito per un deserto che ha voluto i ginocchi
la voce, mi sono lavato la testa irruente e più volte
seppellendo farfalle brezza di notte, eppure
la fronte è piena di ombre, di luci che continuano il grido
agitando biancori nel nome.
L’inferno allarga la vista, colline stordite dai luminari
e alzando le braccia m’arrendo agli odori
del pesco. Mi sono messo a lutto dopo l’allegra baldoria
nel silenzio che scorticava stanze più estranee.
Dove non è mio il sole che batte sulle pareti
non è mia l’aria che entra dalle finestre,
e ho lasciato in terra degli sconosciuti.
Basta scivolare di schiena, il peccato scritto sui fogli
e prendersi gioco dei demoni, ora so cosa c’è lì sotto,
non è bastato il nero dei precipizi
ad asciugare la faccia, gioisco nei rumori dell’alba
e della sconfitta. Mi vesto del nero
che ha sempre attirato la luce, il sole danzante
nelle tue forme di ora.

sl2019

:

87d5cf6abb6982514ba570063bf82d21

L 21

Vengo solo a riposare le gambe
i miei ginocchi d’errante, sbucciati nei ghiacci
oppure ė deserto a me caro. Vengo da giostre di cavallucci
e musiche storte, da ubriacature a colline alte
dove ho perduto il senso nelle mani, fra tutte e due gli occhi,
e del limone Qui seduto il mare non ha odore.
Vengo a rigirare la sabbia, creo file di pietre bianche,
nell’oriente mio capovolto si spezzano in quest’ordine:
vento, poi la brezza, poi la rosa.
Nel chinarsi d’alba e dal torpore
si placano sete e dolori, brillantezze di sale
alla fronte gelida. Vengo a giocare nella sabbia
indossando alghe come collane, un cielo ricreato
da occhi neri neri.

Io sento le sirene cantare, e tu
Salgo sulle spalle dei ciclopi
Spezzo trombe d’aria con la preghiera
E tu, che fai

Da quale inferno arrivi e carnaio
Da quale giorno in mio onore
vieni con un cenno a salutare
e poca voce.

sl2019

L.

20190708_163510


L

Incolpiamo fiori
portati qui dal demone, gli scarlatti
dietro a un angolo di muro
e al balzo, folate di gelsomino atterriscono
le notti. Non ho creduto in un solo fiore
posato qui dal demone, nelle sue mani odorose
che afferrano la bocca, vessato dalla zagara
ne piego lo stelo e ne mordo la corolla
in attesa di grido e sangue.
E pur s’apre al freddo degli occhi
la rosa, non le baciamo il collo,
e appassisca dilaniata
dal sole, temendo noi l’inganno
il porpora e i brandelli.

Questo fiore ebbe colpe più del demone
pur se posato dall’angelo,
e abbassiamo vesti a rose e vergini
dai seni lontani e pallidi, strappando confessioni
fino a romperne le acque.

E che grazia si condanni
e che abbia il suo patibolo.

sl2019

¥

20190427_094315.jpg

Disgraziato

Qui disgraziato lo dicono spesso
e a ogni ritorno si voltano da un’altra parte,
mi accoglie solo il cenno di una madre che canta.
Anche l’acqua mi rinnega dal giorno in cui
chiesi a Nettuno le gambe.

Disgraziato, quando l’ho cercato per mare
e per terra, forse sono leggenda
i tormenti allo scoglio,
Partenope, Leucosia e Ligea
che si sciolgono i capelli dove io stesso
smetto di agitare la testa e respirare brezza.

Disgraziato per la mia Odissea,
una bugia da raccontare a quei ragazzi
distesi sulle pietre bianche. Eppure
canto a gambe ancora strette

canto un mare
che non mi riconosce più.

sl2019

_

mame-moda-dolcegabbana-adv-spring-2019-by-tornatore

Le cose nere
a guardarle vi costano troppo.
Nera è la voce di chi mi ha partorito,
l’incompiutezza fra le gambe di Maria, e il dolore
con cui si copre e vi festeggia, e l’oro nero
nei deserti, che accarezza, ingioiella e si prende tutti
i figli. Nera ė la razza di giovani senza nome
che dai balconi guardate come vi pare.
Dei sorrisi bianchi che mostrano e additate,
ne avete fatto vacanze, strani balli alle discariche.
Nera è la voglia che ho sulla schiena, la fortuna di gridare,
o di non essere mai visto da qualche parte.

Nera è la mia disubbidienza
neanche la notte mi comanda, sorvegliata dalle stelle
o dai gelsomini che sudano appena scura.
Dai lamenti stretti ai fianchi.

Nero è il silenzio che deflorate
il mare con cui vi divertite
la mia breve libertà
mai degna di inchiostri pessimi
e scuri.

sl2019

,

FB_IMG_1554045772849


Alle spalle di Alicudi

Credevo che i giganti mi sentissero
anche da lì, alle spalle d’Alicudi, dove finisce il mare.
Troppo giovane per gridare lontano, chiedere alghe d’oro
alzando braccia d’azzurro che mente.
Sapevo della pece sui gomiti, degli abbandoni alle pietre,
lamenti che diventano inni, o delle mani fatte di sale.
Mi chiedevo cosa ci fosse di così divertente
a giocare nel mare, nei gridi spensierati delle feste più calde,
come avrei potuto sorridergli.

Speravo che i giganti mi sentissero
anche da lì, dove l’acqua sanguina tramonti.
Che gli dessero la colpa.
Troppo giovane per mandare Bronte
a spaventare il mare che si prende tutto
e restituisce il cattivo odore
dei silenzi alla conchiglia, brezza più cruda
che si ferma addosso.

sl2019