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Bastardo

Lo so, c’è delinquenza
nel ragazzo che corre a petto nudo nei campi,
la mia terra ha sempre avuto padroni che se la vantano.
Non smetto di correre alla cava
nell’oro dei grani, di guardare il sole nascosto dentro la roccia.
C’è delinquenza in chi riposa con la schiena
alla corteccia d’ulivo. E’ nel riposo
che mi chiedo di mia madre. Non ho mai smesso di bere aria
nel fiato corto di perseguitato. Apro braccia
dove il vento mi spalanca. Non smetto di correre,
se mi fermo ci sono padroni che decantano
con mani unte e ventre gonfio. Se la scucchiano.
Non voglio padri che mi ripudiano, sciolgono cani
dove ho mosso i primi passi. A sentirli
questa terra è una Maddalena, un’adultera
una lapidata. Non ho mai smesso di correre
negli sguardi indiscreti, nei capelli rossi
e la pelle troppo nera, un tuzzuni.
A volte mi riposo, immagino il nome
di mia madre. Ho sentito che mi chiamavano
bastardo.

Salvatore Leone 2017

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U biunnu

Ogni uomo qui ha il suo rumore
d’anca, nelle braccia, il dovere dell’ossa
così l’ingiuria rimane sopra, battesimo lesto.
Qui, tutti sanno ancor prima che tu pianga di nascita,
non ti chiamano col nome del padre, usano nomignoli vistosi,
di somiglianza a certi santi. A Nessuno qui deve sfuggire
l’accorto odisseo, il demone che lo ha deviato dalla Sicania.
Nei velluti rossi che aprono la terra asciutta
le drammatiche ceramiche ai volti, e finchè morte
si addormentano nei pomeriggi muti.
Ma quando è notte le strade sono scure scure
e il ragazzo biondo si volta al fischio, a quell’ora
le cicale sono stanche, pure U biunnu è Nessuno.
E’ qui che assisto alle tragedie.

Salvatore Leone 2017

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Danza per Salomone

Conteso tra luna e sole
figlio spartito a carne viva
cado nel bianco degli occhi
spalancando vento di braccia,
ossa leggere di rosa. Posatele nell’argento
che confonde la notte e i fuochi.
Danza per Salomone,
ho gambe scure, rimango piccolo
e bastardo, il petto mi brucia
ogni giorno. Nessuna madre
mi ha baciato, e trascinato nell’ombra.
Ho i piedi nel sangue
d’alba.

Salvatore Leone 2017

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Hammurabi

Le mie mani sono ancora nuove
esenti dal toccare, lisce
come ai tempi di Hammurabi.
La fossa di Venere non ha graffi
sarà che non tiro pietre.
Forse un giorno ho trattenuto un viso
l’ho tenuto fermo e stretto,
sarà che non hanno mai
scavato in terra, se le guardo
sembrano sfiori abortiti
vecchie macchie d’inchiostro
che giocavano a rose, due croci.
L’anulare destro si è rotto
nel quartiere di El Manar
curvo, sbilenco storto,
a lavarle di giorno si spezzano le ossa.
Mi guardo vergine di palmo
che si appoggia lento, galleria
di impronte, silenzio ai vetri.
Le ho rotte, abbandonate in tasca
e l’ansia di carezzarti il pianto
a guance ruvide.

Salvatore Leone 2017

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Lupinaro

Gioca pure a lupinaro
sul mio petto, di respiri conficcati
e ogni silenzio. Trovi sia divertente
il fiatone che taglia e persevera muto.
Se ricordassi com’è fatto il dolore
se lo sapessi a memoria d’uomo
scorticato, non starei qui ad annoiarti la bocca,
farei il verso di cane grande alla luna e abbattuto.
Non aver dispiacere della mia carne insipida
se ti nascondi nella pelle a tacere.
Gioca pure a lupinaro, in attesa di un guaito
che prema l’aorta.

Salvatore Leone 2017

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Poi dormono

Da qui sembrano riposare,
mi chiedo se dormono
nelle pose di morti conciati a festa
e il buongiorno prima che sia giorno.
Poco tempo negli occhi
che sotterrano luce, cento figli coi bavagli.
A guardarli così allungati, mi prudono le guance,
visti da qui sono fossa comune
di impronte sulla pelle. Sono tutti coloro
che mi hanno toccato dicendo il mio nome
prima di accasciarsi. Ed io rimango senza rumore
addestro il movimento, ogni passo
a non destarne le spoglie, adoro
la manata sul collo. Forse mi è bastato
cadere, essere una cosa ritrovata
nella gioia delle rocce, fiore caduto
dalle mani di qualcuno.
Da qui sembrano buttati a terra,
mi chiedo se ammazzati
oppure d’accidia nei vestiti brutti
della Domenica.

Salvatore Leone 2017