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Sono tutto il male di cui ho bisogno

Sono l’ombra di tutte le cose, lo scuro che segna le braccia,
col sole alto alla roccia, frescura del grande gelso.
Sono quella cosa nera intorno al collo, la notte
che arrotonda le labbra. L’inverno fermo alle costole.
Non esco mai nel mezzo del giorno, quando la luce
è un taglio alla schiena.
Nel dolore perpendicolare, grido di carne e cicale.
Non sono altro che un ricordo di luna alle scapole, ventre immolato d’argento.
La testimonianza d’un tramonto scivolato sui fianchi.
Sono tutto il male di cui ho bisogno per un po’ di luce sul petto,
e vederti risplendere al torrente, in ogni luogo e i miei deserti.
Sono la pece di una lunga estate, il pianto corvino di noi ragazzi.
E se scrivo, sono il silenzio intorno alle parole,
quel sapore d’alba alle mani.
Sono tutte queste cose nere.

sl

Dovrei sbiancare i muri, contarti le costole
una per una, far luce all’addome d’avorio scolpito
e che siano tutte quante le dita.
Impallidire mezzo labbro, colline spogliate dal grido
acque frantumate alle gambe d’argento.
Dovrei lasciarti in una pozza bianca
col disinteresse che può avere la luna
in una notte madre.
Sbirciare da dietro un fianco, godermi la bella vista
d’un mare, che da qui appare dissanguato.

Ma come tutti gli uomini piccoli, amo allargare le braccia
al sole, domare le sue mani gialle.
Confido nel freddo che ci ha cresciuti, nell’odore che il buio
lascia sul collo, nell’amaro delle voci basse.
Non piangere l’alba, non credere che l’oro mi uccida
è coi morsi che diamo nomi alle rose.

sl

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Nelle braccia di Atlante

Mantenere la rotta

nei bianchi umidi che s’infrangono alle spalle

mentre il canto di una maliarda stordisce.

Mantenere la calma degli orizzonti

dispiegando al vento le scapole.

Fissando linee d’oro di un tramonto che collassa,

avanti tutta! Mi chiedo in quale azzurro

riemergeranno le tue costole.

Se cercare in lontananza, una mano

a pararmi gli occhi, e labbra di sale

mi salverà dalla brezza affilata sul collo.

Avanti tutta! fino a perdermi nelle braccia

di Atlante.

Vorrei toccare terra, nel grido affamato

del gabbiano. Rimango nudo davanti al mare

senza alcuna vergogna, pentimento.

Mi bagno la fronte in benedizione, nella deriva

degli occhi, accolto da una luce

che riposa sulle rocce.

sl

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Che nuda la luna non abbia scuse

Da qui passano uomini dal mento ingiallito
e lingue sbrigliate falsano il cielo. Una volta e ancora.
Mi indicano l’Altare più a Nord con aliti freschi e un dito
la possente marcia dei teatranti.
Li hanno mandati da me, perché abbiano spalle larghe e braccia robuste
perché i miei occhi di Medusa non si posino alle bocche.
Mi volto appena in tempo per allietarne le carni
mentre scelgono nomi brevi e sfuggenti, un muro buio
dove chiamarmi a denti stretti.
Giungono con l’odore buono delle fioriture
un petto nero corvino, sollevandomi alto
per offrirmi in dono al nerbo di Orione.
Li hanno mandati da me perché non si può lasciare il mare
nelle mani di un bambino, né si confidano orizzonti d’inverno.
Per confondere pioggia battente e lamento
e distogliere dalle aquile lo sguardo.
Si assicurano che io non vada a pietrificare le ultime rose
che io faccia almeno tre giri su me stesso
che nuda la luna non abbia scuse
che al più presto io muoia d’occhi larghi e pazzo.

sl

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Mi sono improvvisato poeta

Mi sono abituato alla solitudine
con la rivolta dei gelsomini, a porte sprangate
ho buttato giù due righe. Il vino c’era.
Mi sei venuto in mente quando gli sciacalli di Ben Alì
terrorizzavano grandi e piccoli nelle case.
Allora ho buttato giù due righe,
mi sono improvvisato poeta
nelle carceri argentee della luna,
in qualche modo tu dovevi sopravvivere.

Sono rimasto infantile
perché andavo per strada nelle ore di coprifuoco,
non per incoscienza, ma per sbadataggine
dondolando le braccia, scanzonato
e sorridendo al mio cecchino.

Ho rovinato le mie ossa in un hammam
non temo i tramonti ormai adulti sul ventre
non temo l’imbrunire, mi sono improvvisato guardiano
ai primi luminari delle tue scapole.

sl

o

Con te era diverso,
agli altri mordevo un capezzolo
per sentirli gridare.
Non sai come ci si sente, addosso
e ti butti nelle braccia di Manolo, Francisco e Mohamed
senza distinguere i volti, pareti umide e salate.
Sai, mi alitavano sul collo
bestie a me sconosciute, lingue larghe e rosse.
Non ricordo tutti questi nomi, ho ancora in testa
il suono della cerniera che si abbassa, lo scintillio
della fibbia sganciata di fretta.
Agli altri mordevo un capezzolo, perché mi ero convinto
di una cosa, per ovviare alla tua mancanza
avrei dovuto mangiare un uomo, intero, iniziando dal petto.
Mi sono perso tra le cosce di Saber
come un maledetto ebreo.
Sai che in Chueca mi hanno stordito, con la droga
dello stupro nel bicchiere, senza una ragione?
Come se ti appartenessi ancora.
Mi sono svegliato in un letto barocco
pieno di addolorate e santi.
Non sai come ci si sente.
Ecco com’è andata in tutti questi anni,
mordevo, mordevo al capezzolo
e all’addome.

sl

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Mi comporto da uomo
perché non ho doglie all'ombra di una palma,
trovo riposo nel fresco di giugno, martirio di cicale.
A voi non porto la dote, un corredo ricamato di sangue,
nell'inferno delle vostre anche non sono madre o ragazza.
Eppure mi chiedo chi sia peggio tra noi,
chi si arrenderà primo festeggiando le carni
la punta di coltello diventata acqua.
Il dolore che spinge dentro la notte
? stato fin qui lancinante. Allora
non so per quale natura abbiano messo un grido
all'inizio delle rose, alle bocche degli amanti,
o perché le nuvole siano state concepite vergini.
Chi ha fermato il vento alla mia soglia?
Mi chiedo per quanti giorni ancora
ci consacreremo nel dolore della pioggia,
guardandoci bene dal demone che trova rifugio in una margherita,
a volte danza graziosamente.

sl

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Il verso dell’aquila

Le mie parole, ah le parole
nuvole fustigate dal nerbo di cuoio nero,
a incitare bestie perdute in cielo.
Quanta grazia nel vento piega leggermente le schiene,
ma qui sono arrivati in tanti, coi pugni stretti e l’affanno
un comando che arrossa le gole.
Non mi affido neanche al sussurro che rovina il petto,
amo l’odore freddo alla cima, i prati silenziosi,
non temo il precipizio, aria che mette in croce le braccia,
mi hai insegnato il grido dell’aquila girando bene la lingua.
Io non parlo più, emetto suoni indicibili
avvisando il cielo.
Nessuno ha compreso cosa ci siamo detti finora,
è un segreto tra noi e la pioggia, tra noi e la neve
tra noi e il vento, tra noi e la luce maestosa
dell’alba.

sl

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Drama


La luna ė diventata grande e vi supplica;
non ama la solitudine delle magnolie, viste da qui,
l’argento desolato nelle strade, l’incanto muto e soldato
che spinge falene contro i muri.
Tra porpora abbandonati non ho scorciatoie e né rose,
lo scuro inizia danze appese ai tetti, scomunica di piogge
che non sanno bagnare la fronte, scrostare il nome breve.
Lenzuola immacolate nel disordine dei gomiti
e a sole basso, elemosino archi venuti al dorso.
M’infrango d’acque inutili che freddano ogni cenno d’ossa
e al gioco profumerò di frasche vive, così
l’alba mi lascia nudo, sotto al diluvio del ciliegio.
Tra folate d’erbe alte che crescono nei fiumi
vanno a capo lamenti, senza la pietà degli addomi.
La luna è diventata grande, ancheggia su piastrelle e vetri.
Come la peggiore delle femmine sole.
Che pure il mare ingrossa preghiere, l’inutile brezza,
venite in sette a portarmi via.

sl

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Aranci amari

Mi pari iancu nta facci
assettiti e mancia, è pisci friscu ri oggi all’alba,
u purtaru ch’e barchi
e u zibibbu è misu dà, vicinu u pani.
Chi c’ė, ti manca l’appetitu?
Ti fici puru u biancu manciari chi tantu ti piaci.
U sai, rinnu chi rumani chiovi, chi tutta l’acqua
ė binirizioni pi sta terra ri nuddu, e tu chi hai chi nun parri?
L’occhi ti parunu stanchi, ma nun t’affannari
arriva prestu u jornu ri cirasi , pi bagnariti a testa a mari
comu qunn’eri nicu.
U sai, mi rissuru c’avannu l’aranci sunnu amari
chi oggi tutti currevunu mari mari
chi si sentevunu vuci, i soliti carusi chi s’addivettunu
cu nenti, chi puru si chiami forti mancu si girunu.
Ciù dicisti a to’ patri chi dumani porta ventu e non c’è scola
comu quann’eri nicu?
Ma tu assettiti e mancia
ch’ė tardu e mi sbrigu.

sl